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Categoria principale: Liturgia
Categoria: Tempo Ordinario
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Seconda di quaresima

 

In ascolto di Matteo 17, 1-9.

 

                  In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

         Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra.

         Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

         All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». 

         All’inizio del cammino quaresimale, Gesù manifesta la propria divinità, trasfigurandosi in pura luce. Ed ecco che la manifestazione della gloria di Dio assume la forma di una «nube luminosa». In tutta la Bibbia, la nube è segno della presenza di Dio: la cima del monte, sul quale Mosè salì per ricevere le tavole della Legge, fu avvolta di nubi (Es 19, 16), proprio come qui il monte sul quale Gesù si trasfigura davanti a tre dei suoi discepoli; durante il cammino nel deserto, una colonna di nube guidò Israele di giorno, divenendo poi colonna di fuoco per illuminare la notte (Es 13, 21-22): nube luminosa appunto; infine Maria, al momento del concepimento, è coperta dall’ombra dell’Altissimo (Lc 1, 35).

         Ora, però, si tratta non solo di una nube, ma di una «nube luminosa»: alcuni secoli più tardi, l’immagine sarebbe stata resa famosa da Dionigi l’Areopagita, che nella sua Teologia Mistica avrebbe definito Dio una «tenebra supersplendente». È un ossimoro, ovvero un accostamento di termini opposti: alla nube infatti attiene l’ombra, come alla tenebra la notte, mentre alla luce attengono il sole ed il giorno. La presenza di Dio dunque è una tenebra luminosa. È sole, è luce: presenza che sta di fronte, vis à vis; irradia luce che è assorbita e riflessa dagli occhi di chi contempla: incrocio di sguardi, illuminazione che rende chiara la vista e fa camminare di giorno. Ma la presenza di Dio è anche nube e tenebra: presenza che avvolge. Questa volta gli occhi sono chiusi: nel sonno della notte, si è come di nuovo accolti nell’utero che ci ha generati. La creazione è un atto permanente, un processo infinito: inizia nelle tenebre della notte, come gestazione (Gn 1, 2: «Le tenere ricoprivano l’abisso»); si realizza quale accendersi e risplendere della luce (Gn 1, 3: «E la luce fu»). Nube luminosa è l’alternanza del giorno e della notte: abbraccio nel quale riposiamo e che ci fa nascere alla luce del giorno, nella quale parliamo e camminiamo, vediamo e agiamo. La vita stessa di Dio, la sua gloria, che è l’amore, è questo andirivieni di luce e tenebra, di giorno e notte: di parola e bacio, di sguardo ed abbraccio, di comprensione ed affetto, di azione e passione.

 

(Massimiliano Zupi, Perché piangi?,

Commento ai vangeli del giorno del tempo di Quaresima e di Pasqua,

pag. 67-68, 2018).